Ritorno in Slovenia
Osservate le stupende immagine a corredo dell'Articolo
Come tutti gli anni, in luglio ho fatto una spedizione in Slovenia. Quest’anno,
“ho creato un mostro”: da tempo parlo al caro amico e collega Simone delle
emozioni provocate dalla pesca con la mosca e delle bellezze dei fiumi,
in particolare di quelli sloveni. L’anno scorso l’ho convinto a provare
qualche volta e lui, non so se per sfida, per sincero apprezzamento delle
bellezze naturali o anche soltanto per farmi finalmente tacere, ha deciso
di accompagnarmi. Forse, apprezzando la buona tavola, faceva conto anche
sul fatto che saremmo stati da Branko Gasparin, che propone ai pescatori
una ospitalità di prim’ordine: in quattro giorni abbiamo mangiato, per dire,
coscette di quaglia al tartufo, funghi porcini freschi colti da lui stesso,
filetto di trota al sale e zucchero, capesante ripiene, prosciutto del Carso
stagionato, marmellate fatte dalla moglie Vlasta, e così via.
Venendo alla pesca, Branko ha consegnato a ciascuno di noi una ventina delle
sue micidiali mosche, e siamo partiti, ma sono cominciati i guai. Avevo
intenzione di pescare nella mitica Soca, ma quest’inverno ha fatto più neve
del solito, e così ancora è alta e poco limpida. Ho deciso di ripiegare
sul tratto finale della Tolminka, popolato di temoli e irideone d’immissione,
adatto a un principiante come Simone perché aperto e infine affascinante
per la qualità dell’acqua, che è spettacolosa, come spero si veda dalle
foto.
Simone però impiegava ore a montare il finale e la mosca; inoltre aveva
dimenticato le poche nozioni di lancio apprese l’anno precedente e così,
appena legata la mosca, si ingarbugliava. Ho cercato di dargli una mano,
ma il risultato non cambiava. Dimostrando la migliore dote del pescatore,
la serena cocciutaggine indifferente ai responsi della vita e del fiume,
Simone non si è scoraggiato e ha continuato nei suoi tentativi senza troppo
prendersela. Nel pomeriggio si sono alzati sulla Tolminka tre metri di nebbia
e quindi abbiamo dovuto trasferirci sulla Baca. Anche qui, solito risultato.
A un certo punto, deciso a far prendere un pesce a Simone, ho smesso di
pescare: prendevo la sua canna per sbrogliare la matassa e gli davo la mia,
lui la ingarbugliava e gli restituivo la sua, senza sosta. Ma lui era più
veloce a fare matasse di quanto lo fossi io a scioglierle. Sicché è arrivata
notte senza che Simone avesse preso un pesce. Ma lui si è rapidamente consolato
con la sontuosa cena, riuscendo a spazzolare tutto quello che Branko ci
proponeva, fossero i manicaretti di Vlasta o bottiglie di vino del Collio.
Il giorno successivo siamo andati sulla Sava su suggerimento di Branko,
che ci ha anche “affidato” cinque pescatori francesi rimasti improvvisamente
senza guida: a Most na Soci si sale, con l’auto, sui vagoni aperti di un
trenino a diesel e in 45 minuti si arriva a Bohinjska Bistrica. Appena arrivati,
prendiamo una “giubbata” d’acqua, ma il guardia pesca ci rassicura: tra
mezz’ora tornerà il sereno. La previsione è esatta e poco dopo ci sparpagliamo
sul fiume, di un colore verde commovente. Prendo temoli uno dietro l’altro,
quando l’acqua diventa marrone. Ci spostiamo a valle di sei chilometri,
dove il fiume è di nuovo bellissimo. Peschiamo un paio d’ore, ma l’acqua
sporca arriva anche a valle. Torniamo a monte, dove comincia a pulirsi,
e prendiamo ancora qualcos’altro. Simone comincia a migliorare. Oltre alla
cocciutaggine, si intravede un po’ di talento. Quando non passa le ore a
sciogliere matasse di filo, comincia a far vedere qualche falso lancio dignitoso.
Il terzo giorno decidiamo di provare la Soca: Eric, una guida di pesca francese
che lavora nella zona di Tolmin, ci ha detto che sopra Kobarid, dove sfocia
l’Ucja, si prende qualcosa. Ma il fiume, che comincia a far vedere i suoi
azzurri pazzeschi, è ancora alto. Come se non bastasse, passano miriadi
di canoisti sorridenti e il sole batte implacabile, sicché si prende poco.
Poi piove di nuovo e scendiamo a valle. Ma sulla Tolminka c’è di nuovo la
nebbia, l’Idrijca è sporca di terra perché ha piovuto, della bellissima
Trebuscica non è il caso di parlare perché troppo “infrascata” per Simone,
sicchè torniamo sulla Baca. Davide e Beppe, che ci volevano raggiungere,
hanno indovinato a rimandare.
Ma è il quarto e ultimo giorno a riservare le vere sorprese: io non prendo
un tubo, come ormai da molti anni non mi capitava più. Simone invece sfoggia
lanci morbidi, con il loup stretto, davvero ammirevoli e, non contento delle
poche catture segnate nei giorni precedenti, prende una irideona da oltre
50 centimetri nella Tolminka! Certo, è una trota di immissione ma, anche
i puristi tra i puristi ne converranno, fa comunque impressione vedere prendere
un trotone così, per di più a secca, da uno che fino a tre giorni prima
faceva un lancio ogni mezz’ora, e passava il resto del tempo a districarsi
tra le ragnatele di nylon che intrecciava addosso a sé stesso. Aggiungo
che ha salpato la trota con grande emozione ma con naturalezza e l’ha rilasciata
con giustissima soddisfazione. Quasi si vedeva battergli il cuore. Certo,
ha ancora da imparare molto, ma sicuramente non ha, per così dire, le “stimmate”
del brocco irrimediabile. Soprattutto, mi par di vedere gli sviluppi futuri:
la soddisfazione per la cattura di prestigio ha fatto crescere la sua voglia
di pescare di nuovo, in una sorta di prevedibile vortice che si autoalimenta.
Eh sì, ho creato un mostro. L’ennesimo di cui si nutre la schiera dei moschisti,
di cui tutto si può dire, tranne che siano del tutto sani di mente.
Giuseppe Dati