I CASTORI UMANI
A sette giorni dalla chiusura delle acque a Salmonidi decido di passare
l’intera domenica sulle acque del Versilia. Comincio l’azione di pesca sul
Vezza all’altezza della Segheria Luchera, un tratto con piccole lame di
acqua veloce, che mi regalano una decina di trote di medio-piccole dimensioni.
In questo tratto di torrente,bisogna sondare ogni centimetro d’acqua che
ti trovi di fronte, dai più insignificanti, ai più appetibili solo così
si riesce a catturare le nostre amate trote. Giunto alla rampa di uscita
nei pressi delle case popolari incontro l’amico Stelio, che aveva pescato
da lì fino alla zona di protezione bandita alla pesca, anche lui soddisfatto,
si accingeva a tornare a casa. Per me invece era solamente l’aperitivo.
Infatti raggiunta la mia auto mi sposto a Ponte Stazzemese per risalire
il torrente Mulina dove l’acqua scorre fra le rocce che si è plasmata nel
corso degli anni.L’unica avvertenza per chi decida di affrontare questo
tratto è di fare molta attenzione alla scivolosità delle pietre, quindi
buone suole ed accortezza nel percorrerlo. La dimensione delle catture si
fanno più piccole, solamente due delle diverse trote che ho preso erano
intorno ai venti centimetri , taglia ragguardevole per questo piccolo corso
d’acqua.
Stanco delle piccole catture, decido di andare a sondare l’alto ramo del
Versilia, il Serra, dove le acque che scorrono fra i bianchi massi levigati
e le pendici dell’Altissimo, da dove nasce il torrente, ti regalano un panorama
unico.
Entro in acqua nei pressi di un ponticello di legno che porta ad un’abitazione,
l’acqua è cristallina e riesco a vedere le trote che partono dal fondo per
attaccare con ingordigia la mia Royal Wulff. Rimango stupito dalla prima
cattura, che supera abbondantemente i venticinque centimetri, ero certo
che i bracconieri ,che purtroppo abbondano in questo tratto ,avessero fatto
sparire ogni sorta di vita rendendo sterile il corso d’acqua.
Le catture si susseguono, e le trote sono tutte di buone dimensioni, dopo
circa un chilometro e mezzo giungo al capolinea, infatti un lama di acqua
profonda scavata fra le pareti della montagna impedisce di proseguire, quindi
ritorno alla macchina, e visto che sono appena le quattro decido di scendere
un poco più in basso. Giunto alla prima piazzola, parcheggio la macchina
e mi dirigo verso il torrente, questa è la zona più battuta ed infatti riesco
a catturare solamente tre piccole trote e qualche Vairone, in compenso,
la magia del posto che sopra avevo sondato, qui si dissolve fra una marea
di teloni di nylon e dighe di massi costruite per allietare e refrigerare
gli indigeni nella calda estate.
In un tratto di torrente di circa un chilometro si potevano vedere diversi
interventi di questi umanoidi, una di queste “piscine”, vantava una diga
alta circa un metro e ottanta e naturalmente impermeabilizzata con un bel
telo di materiale plastico che ben si sposa in questo scenario, qui questi
castori a due mani hanno impegnato un sacco di energie e di ingegno. Ma
la migliore di queste opere sono riuscito a scoprirla poco più avanti, anche
qui una bella piscina con annesso un piccolo pied -a -ter con vano cottura
e vari confort, purtroppo per il costruttore i temporali ed il forte vento
dei passati giorni aveva portato via il tetto, un telo verde di una decina
di metri quadrati che giaceva come un enorme serpente nel corso dell’acqua
a valle. Nella piscina tutti i confort, un materassino gonfiabile ed anche
un rudimentale attrezzo volto alla cattura dei pesci , simile alle volantine
che si usavano (quando ancora consentito) alle foci dei fiumi per la cattura
delle cecoline (avannotti di anguilla), era composto da vari rami tre per
l’esattezza più uno che fungeva da manico legati fra di loro, e come rete
un pezzo di quella che si usa per la raccolta delle olive.
Queste cose non hanno bisogno a parer mio di nessun commento, descrivono
solamente la mentalità e il rapporto che la maggior parte degli indigeni
Versiliensis montanus hanno con la natura che li circonda. Chissà quando
arriverà per loro il ventunesimo secolo.
Purtroppo in Versilia l’ignoranza abbonda come l’acqua e la rena, e forse
sono loro l’anello mancante che da anni gli Antropologi cercano.
Articolo di Stefano Lucacchini
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