Articolo: Una mosca in Carinzia
Autore: Massimiliano Nepori alias the Shark, Massimiliano N.
Tema: Racconti di pesca
Introduzione all’articolo:
Non ho mai dato troppo peso alle diatribe talvolta interessanti ma di certo
perennemente sterili, riguardanti il prevalere di una tecnica di pesca a
mosca sull’altra. Considero il fiume come unico professore abilitato all’insegnamento
e unica fonte d’ispirazione per ogni lancio. Una sfida continua alla ricerca
della gestualità più semplice e del massimo divertimento, stringendo in
una mano la canna e nell’altra una mosca, entrambe pronte a divenir protagoniste
inconsapevoli d’ogni mia avventura di pesca.
Il sapore dell’attesa:
“Ignoro il numero di volte in cui ho volteggiato una coda di topo.”
Che Stefano sia un grande amico e sicuramente un ottimo compagno di pesca
è ormai ampiamente assodato e certificato da un numero di uscite fianco
a fianco davvero impressionanti.
La nostra meta, in quest’ottobre, che non intende lasciar andar via le temperature
tipiche dell’estate è situata poco oltre il confine nazionale. Stiamo parlando
della Carinzia in Austria. Il navigatore satellitare, che già ben conosce
l’itinerario, ci informa che i km da percorrere sono poco più di 500, ma
al momento l’euforia è talmente alta che questo piccolo dettaglio passa
immediatamente in secondo piano. Tutto è pronto per il viaggio, la notte
nera come l’asfalto che ci accingiamo a percorrere, ci ospita silenziosamente,
mentre il rumore del telepass alla prima barriera, scandisce l’inizio del
tutto. Gli argomenti sicuramente non ci mancano e a un certo punto anche
la radio rinuncia all’azione classica d‘intrattenitrice, zittita a più riprese
dalle nostre fragorose risate, procurate dal ricordo d’aneddoti di pesca
a dir poco impossibili e apparentemente ricoperti dalla polvere del tempo.
Il piacere dell’arrivo in hotel è scontato quanto gradevolmente apprezzato
dalla mia povera schiena, che ultimamente ci tiene a ricordarmi quanto il
tempo passi anche per me. Se vi state chiedendo cosa stia facendo Stefano,
state tranquilli, lui in auto è uno che non si addormenta mai, il miglior
compagno di viaggio possibile, credo stesse riposandosi gli occhi ,quando
girai la chiave per spegnere il caldo motore della mia auto giunta a destinazione,
perché li aveva ben serrati e lo stava facendo piuttosto intensamente tanto
che interromperlo fu davvero problematico.
John Wayne è vivo e vegeto, e pesca in Carinzia!
Se non l’avessi visto con i miei occhi, non ci avrei mai creduto. Tutto
è successo sfogliando in hotel un album di ricordi e appunti di pesca che
giaceva sornione sul tavolo della hall da chissà quanto tempo, immobile,
in attesa probabilmente di me. Una fotografia in particolare mi rapisce
letteralmente, un autoscatto approssimativo impressiona la pellicola immortalando
un uomo in solitaria compagnia della natura più selvaggia, un fucile e un
fuoco sul quale la cena si cuoce lentamente, completano un quadro a dir
poco sensazionale. La somiglianza è impressionante e il nostro John Wayne
in piedi di fronte a me, m’inchioda sul posto con uno dei racconti più belli
e interessanti che abbia mai avuto modo di ascoltare. Se ancora il personaggio
non vi è noto, sarò lieto di presentarvelo immediatamente, il suo nome è
Adriano Gargantini e il suo fiore all’occhiello è situato nella splendida
valle di Rosegg e porta il nome di Aktiv Hotel. Adriano, pescatore per definizione,
è riuscito ad esportare nella rigida Austria i propri concetti di tutela
e gestione delle acque, accumulando nel tempo, con grande merito, riserve
per ogni tipologia di pesca, ivi compresa la tanto amata pesca a mosca.
Un uomo schierato dalla parte del fiume, convinto che ridurre la pressione
piscatoria sia una strategia vincente tanto per l’ambiente quanto per il
pescatore che ne fruisce per passione.
La vita passa in un lampo, la colazione in molto meno!
(Tratto da un tranquillo Week End di paura: “Antefatto della pescata in
Moll!”)
La fretta è di certo una cattiva alleata di pesca, ma quest’affermazione
pare essere sconosciuta al mio compare, che alla fine riesco a convincere
a non fare colazione con i waders in dosso. Dal cappuccino all’arrivo sul
fiume il passo è fulmineo e Stefano, come potete ben immaginare è più veloce
dei tecnici ai box ferrari e nel tempo in cui riesco a malapena a soffiarmi
il naso e uscire dall’auto, lui è già in pesca a volteggiar speranze. Non
che io sia un pezzo di ghiaccio, ci mancherebbe, trovo talvolta difficile
rimanere impassibile di fronte ad un bel pesce in attività, ma le situazioni
di pesca di tanto in tanto richiedono un pizzico di cinica freddezza, giusto
il tempo per meditare un attimo in attesa del tanto agognato primo falso
lancio. Ovviamente tutta questa meticolosità e perizia nella preparazione
altro non è, che una comoda scusa per fare tutto con la massima calma. Comunque
mentre io rifletto, Stefano guadina con mia invidia un bel temolo sui 40
cm. Maledetto dropper….
Acque, imitazioni e l’esca spia:
Drava, Gail, Moll e Sorgiva. Questo il biglietto da visita dell’Aktiv Hotel,
un poker d’assi servito nelle mani del pescatore a mosca desideroso di cimentarsi
con ambienti dotati di un grado di rusticità davvero elevato. La nostra
avventura, nemmeno a dirlo ha inizio proprio sulle rive della riserva Huco
in Drava, uno spot di pesca che lascia ben poco spazio all’immaginazione,
in quanto la conformazione tipica del grande fiume di fondovalle, ci impone
una religiosa cautela nell’avvicinamento, anche perché in questa stagione
molti pesci tendono a radunarsi nei pressi delle sponde, dove i timidi raggi
di un sole che gioca a nascondino tra le imponenti montagne che ci circondano,
riesce a riscaldare quel tanto che serve l’acqua. Oltre a noi due, la presenza
più diffusa è senza dubbio quella del temolo, che comunque non ha di che
annoiarsi trovandosi spesso in compagnia di stupende e combattive iridee
e ovviamente di qualche Huco, che non di rado si presta in qualche apparizione,
per poi tornare sornione nella propria tana a ridosso delle prismate più
profonde. Inutile a dirsi che la tecnica della ninfa sembra di sicuro la
più propizia e sia io che Stefano, imbracciate le nostre lunghe leve iniziamo
l’azione di pesca, immediatamente a ridosso delle sponde a noi prossime.
Le catture non tardano ad arrivare, in primis le iridee fanno la loro comparsa,
mettendo a dura prova i nostri terminali leggeri, poi ad un tratto il finale
della mia dieci piedi si blocca improvvisamente, la consequenziale ferrata
porta a guadino tra la mia felicità e un certo livello di incredulità un
bel temolo di 49 centimetri, la felicità di solito risiede nelle piccole
cose, e questa cattura è senza dubbio una di quelle. L’euforia dura anche
dopo qualche minuto dal rilascio dell’esemplare, giusto il tempo di sostituire
la mosca e di fotografare l’ennesima cattura del mio compagno che come un’imperterrita
macchina da pesca, colleziona una cattura dopo l’altra. L’utilizzo della
secca si avvicina con lo scoccare delle ore più calde, approssimativamente
dalle 12 alle 14, le schiuse sembrano non mancare e le prime timide bollate
riempiono di gioia anche gli appassionati come me della pesca sotto la superficie.
Le catture non mancano e mentre mi volto indietro per risalire un po’ dalla
mia posizione mi accorgo che Adriano è lì che mi osserva, seduto sulla riva,
in posa come nella foto citata poco fa, mi unisco a lui a contemplare tanta
bellezza che scorre e ad assaporare quello che lui stesso definisce il “profumo
della Drava”.
Altro giorno altro fiume. L’indomani mattina i dubbi riguardanti il prossimo
spot da visitare sono cancellati velocemente come appunti sulla lavagna
nera di scuola, dalla voce sicura e decisa di Stefano che pare avere bene
in mente cosa fare. Gail dice lui, mentre si trova davanti alla porta d’uscita
dell’hotel, e sia, ripeto io dal fondo della hall, con ancora tra i denti
il sapore deciso dell’espresso appena bevuto. Mentre continuo a ripetere
a me stesso “desidero un vita tranquilla” raggiungo mio malgrado Stefano
che si trova già alla macchina e che non ha nessuna intenzione di concedermi
quel minutino utile a rollarmi una sigaretta, questa si che è una cattiveria!.
L’arrivo sul fiume è pressoché immediato, dieci munti di macchina per attraversare
una parte di valle che ancora dorme cullata dalla prima nebbia del mattino
e siamo già in pesca. Il fiume poco si allontana dalla conformazione osservata
in Drava il giorno prima, se non fosse per una conformazione più propensa
a creare correntoni e cascate intervallati da alcuni raschi davvero stupendi.
L’assenza di segnali in superficie ci suggerisce di iniziare con la ninfa,
in attesa delle prime schiuse e dopo aver “pescato l’acqua” per una mezz’oretta,
il primo segnale arriva da Stefano che mi mostra una bella iridea quasi
giunta a guadino che da tanta vitalità pare voler prendere il volo da quanto
alti siano i salti che compie, suo malgrado giungerà comunque a guadino
pronta per essere immediatamente fotografata e liberata. Temoli e trote
non si fanno attendere ma un’aria gelida che soffia alle nostre spalle,
vanifica qualsiasi idea possibile di schiusa e tranne che per qualche effimera
sporadica, nessun insetto fa capolino in superficie. La ninfa è una tecnica
che adoro, ma l’idea di dover rinunciare all’emozione di qualche bollata
mi lascia l’amaro in bocca. Salutiamo la Gail, contenti in fondo per la
bella giornata trascorsa, ma con la promessa di tornare a breve per dar
soddisfazione anche alle nostre mosche secche. Promessa in seguito rigorosamente
mantenuta giorni più tardi. Terzo giorno di pesca, per il momento non ci
possiamo certo lamentare, la pesca è stata fino a questo momento particolarmente
positiva, contraddistinta probabilmente anche da un fattore “C” notevolmente
presente, almeno per uno di noi due. Il caffè stamani è particolarmente
gradito e ascoltando i racconti degli altri ospiti dell’Hotel, intuiamo
che con tutta probabilità la nostra meta di oggi sarà sicuramente la Moll.
Un fiume caratterizzato da una portata d’acqua ben controllata da una diga
situata a monte che devia gran parte dei flussi nella Drava, l’acqua di
conseguenza è sempre molto pulita e i livelli assolutamente perfetti durante
tutta la stagione di pesca. Non appena giunti sul greto del fiume, un dejà
vu mi assale, lo scenario mi suggerisce un luogo già conosciuto, ma non
riesco a ricordare né dove né quando, abbandonato immediatamente l’atavico
dubbio e preparata l’attrezzatura, io e il mio compagno ci dirigiamo in
due differenti spot. Per lui l’inizio di una correntina laterale davvero
invitante dove poter tentare con la tecnica del dropper, per me invece una
serie di veloci raschi siti sotto alle fronde di alcuni alberi che paiono
voler proteggere quelle acque tanto i rami siano protesi verso di esse.
L’accordo è sempre lo stesso, il primo che dei due scorge segnali di vita
avverte l’altro, come in una sorta d’innocente e improduttiva gara, ma fino
a questo momento il silenzio è integro, intervallato unicamente dalla voce
del fiume. Ogni qual volta tutto sembra perfetto ma non si apprezza il benché
minimo avviso di un pesce si è propensi a mettere tutto in discussione,
tecnica, finale, mosche e perché no anche il pescatore. Nemmeno il tempo
per iniziare l’analisi che il finale si tende e posso tirar un sospiro di
sollievo per i dubbi appena sollevati, soprattutto l’ultimo. L’iridea che
si trova dall’altro lato del mio spezzone conico è di certo poco interessata
alla possibilità di avvicinarsi e farsi fotografare, infatti da una certa
distanza mi mostra fiera quanto possa volare, o almeno fingere di farlo,
per fortuna mia il terminale in fluorocarbon regge e una volta a tiro di
guadino posso immortalarla con la mia fedele macchina digitale, prima di
vederla fuggire come un razzo in quelle acque color di cristallo, vi risparmi
i commenti… fortunatamente senza alcune sito negativo. Avvertendo la sensazione
d’una presenza, mi volto e incontro lo sguardo di Stefano che nel frattempo
mi aveva raggiunto, lassù in alto dove si trovava lui era pressoché circondato
da un’infinità di temoli “col pannolino” come li definisce Adriano e cercando
prede più interessanti lo vedo procedere verso valle, mentre mi accingo
a testare nuovamente la stessa vena di corrente. L’orologio che mi stringe
il polso, segna le 13 e la fame è uno stimolo che non sono mai riuscito
a frenare, il break per un panino sarebbe gradito, ma raggiungendo il mio
socio con l’intento di fare una pausa, mi accorgo che si trova alle prese
con una bella bestiola, che lo impegna e che dall’emozione gli strappa dalla
bocca frasi prive di ogni significato, mi accorgo in quel momento che la
pesca è una cosa meravigliosa e spesso incomprensibile. Alla fine del tiro
alla fune, il temolo dall’altra parte viene misurato in tutti i suoi splendidi
45 cm, giusto il tempo di slamarlo che il volteggio riprende e il gioco
prosegue. Della pausa pranzo nemmeno l’ombra, il momento pare essere propizio
e guai a interromperlo, risalgo tristemente la sponda per lasciare a mr
digiuno un po’ di fiume dove poter pescare, finché cammiando noto un bella
iridea ferma in corrente dall’altra parte del fiume. Non sono certo un mostro
di lancio a secca, figuriamoci a proiettare a distanza un paio di ninfe
in tungsteno, decido quindi di avvicinarmi cautamente e provare a pescare
come meglio credo di saper fare. Due passate e lo strike arriva, deciso
e secco, proprio come se avessi incagliato il fondo, la partenza arriva
poco dopo e termina solamente dopo avermi fatto risalire il torrente di
almeno 60 metri, come se stessi cercando altri modi per stimolare il mio
appetito, stremati entrambi per lo sforzo fisico non programmato ci rilassiamo
l’uno accanto all’altro, io mentre riprendo fiato e colore in viso e lei
a pochi cm dalla mia gamba pare volermi ringraziare per averla ossigenata
ed esclusa dal menù del giorno. La giornata prosegue alternando catture
importanti ad alcune più modeste. Il ritorno in macchina verso l’albergo
è sempre il momento propizio per stilare un resoconto della giornata e per
confrontare le proprie impressioni, ma stavolta è diverso, l’unica cosa
a cui non riesco a non pensare è qualcosa da mettere sotto i denti e con
gli occhi pieni di felicità, mi ritrovo di li a poco a masticare con gusto
un saporito panino con wurstell nella prima area di servizio utile. La mia
eldorado. Poco dopo siamo già parcheggiati in hotel e scopriamo con gioia
che un altro amico ci ha raggiunto per pescare con noi l’indomani. Il suo
nome è Francesco, proviene da Udine ed è un giovanotto di 82 anni, il suo
cognome è Palù e come per i più grandi personaggi non serve certo aggiungere
altro. Il Tosatto , che ben ci conosce, avvicinandosi ci illustra per filo
e per segno l’itinerario prescelto per il giorno dopo. “Si và in Sorgiva”
dice lui aggiungendo “ostia” dopo ogni frase. A tavola la sera è un piacere
scambiare opinioni e ascoltare Adriano e Francesco mentre ripercorrono con
la memoria gli innumerevoli viaggi fatti in ogni parte del globo conosciuta.
Questa sera però è diversa dalle altre , almeno per i contenuti, ad un certo
punto mentre attendiamo l’arrivo del caffè, Francesco chiamato da qualcuno
amichevolmente “Palusalemme”, intravede in fondo alla sala una chitarra
classica, sarà l’inizio della fine! Rotti gli indugi iniziali e ristabilito
il vecchio feeling con lo strumento, gli increduli spettatori assistono
a un improbabile performance unplugget che tutto appare tranne che preparata.
Le note di Tico Tico sono sovrastate dalle risate e dagli applausi di approvazione
di tutti, l’allegria non è un elemento sconosciuto ai presenti e di certo
direttamente proporzionata alla grappa che scende morbida nella bocca dei
più. Una partita a biliardo determina il termine di questa simpatica fine
giornata. A me toccano le palle mezze piene, ma Stefano appare subito in
grande spolvero e infila una buca dopo l’altra, capisco immediatamente che
non c’è storia e non mi resta che andarmene a letto con le pive nel sacco.
La mattina arriva e il risveglio è caratterizzato da una decisa spolverata
di neve che dona al paesaggio un aspetto straordinario. La Sorgiva ci attende
e
l’idea di vedere finalmente Palù all’opera è molta. Ricordo ancora di quando
da novizio del club, partecipai a una serata dove “il maestro” venne a trovarci,
presentando i suoi prodotti da costruzione e le proprie canne teleregolabili.
Da quel giorno sono passati ormai otto anni e adesso mi trovo fianco a fianco
con questo mito della pesca a mosca. La storia dell’esca spia o della Paluana
che dir si voglia l’avrò ascoltata non so quante volte, ma una cosa è leggerne
o parlarne mentre tutt’altra è vederla in opera direttamente dal suo inventore.
L’età e qualche acciacco non gli permettono più di scendere in acqua come
vorrebbe, ma vederlo pescare dalla sponda devo rivelarvi che ha un fascino
tutto particolare. Per l’occasione siamo invitati a provare le sue attrezzature
e armate le nostre mini-mosca ci avventuriamo per il chalk stream in cerca
di trote e temoli, rigorosamente a secca. Per chi non conoscesse l’ambiente,
si tratta di nove chilometri di assoluto relax, in un ambiente tutt’altro
che facile, dove ogni lancio deve essere rigorosamente studiato e dove spesso
un passo falso può allarmare e vanificare tutto in un istante. Spesso confrontandomi
con altri pescatori che hanno avuto modo di pescare in questo particolare
spot, non ho potuto fare a meno di incamerare diverse impressioni e giudizi
che spesso non mi sono sentito di condividere. Non farò certo un discorso
etico, non è questa la sede, ma una considerazione è doverosa, ormai esistono
pochi fiumi che regalano qualcosa in termini di catture, e a mio avviso
questi luoghi, se ancora esistono, possono risultare validi per chi si avvicina
alla pesca a mosca per le prima volta, una palestra importante per affinare
allo stesso tempo tecnica e l’orami perduto “senso dell’acqua”. Argomento
chiuso. Pescare in Sorgiva significa per me rilassarmi nella maniera più
completa, la folta vegetazione che a stento lascia penetrare qualche raggio
di sole mi suggerisce piacevoli pensieri e riflessioni che parlano di vita,
di pesca e di altri demoni. Il tratto di fiume che mi si prospetta è caratterizzato
da alcune cascatelle incorniciate da erbai rigogliosi, ottime tane per le
grosse trote. Bastano pochi lanci a sfiorare questi spot che l’attacco arriva
deciso e certamente poco delicato, si tratta di un salmerino sui quaranta
centimetri, che per nulla ha in mente di arrendersi tanto facilmente, tant’è
che mi occorrono alcuni minuti prima di poterlo avvicinare e slamare direttamente
in acqua. Altri esemplari come quello appena rilasciato aggrediranno la
mia Attila Killer, prima di rovinarla irreparabilmente, costringendomi a
cambiarla con una più massiccia Madame X, imitazione piuttosto voluminosa
di una cavalletta. Sarà questo cambio d’esca o più semplicemente il fato
a determinare una quantità di attacchi davvero notevoli, sia da parte di
piccoli esemplari di fario che di qualche iridea di oltre 50 cm. All’attivo
annoto anche qualche temolo di discrete dimensioni, ma per tentare gli appetiti
del timallide, è stato necessario ridurre notevolmente il diametro del finale
e di conseguenza dell’imitazione, passando dalla Signora X ad una più elegante
effimerella grigia su amo del 18 con ali in cdc. Tutto è perfetto, e il
momento di tornare alla vettura e incontrare gli sguardi dei miei compagni
è finalmente arrivato. Ritrovo con piacere Francesco poco più avanti di
dove ci eravamo congedati, mentre per Stefano occorrerà attendere l’arrivo
delle tenebre, solo all’ora, quando sarà totalmente impossibile pescare,
egli smetterà di volteggiare la sua coda. Ci lasciamo alle spalle abbastanza
rapidamente lo sterrato che costeggia questo meraviglioso ambiente, e i
chilometri che ci separano dall’albergo sono dominati dal silenzio più totale.
Non mi dimenticherò mai di questa giornata e non mi dimenticherò mai delle
emozioni vissute in questa vacanza di pesca in Carinzia. Posizionate le
valigie in macchina e salutati gli amici, riprendiamo la strada verso il
confine, certi di portare con noi oltre ad un’altra esperienza, una concreta
e importante lezione di vita. Citando una frase del film in to the wild
“la felicità è vera solamente quando è condivisa”. Questo a mio avviso è
il significato di una passione vissuta a pieno.
Ignoro il numero di volte in cui ho volteggiato una coda di topo, anche
se di certo il cielo avrà tenuto il conto.