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L'Arte del Bambù

Da frutto della terra a strumento di passione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Articoli Dedicati al Bambù

Il Bambù di Solaio

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Le Foto del Tubo per la Verniciatura


 

Massimo Berticalcioli

 

Tutti a LezioneStrumenti di Lavoro

 


Il bambù di Solaio

Premessa: quello che vado a raccontare non ha grande attinenza con la pesca. Però lo ritengo un giusto tributo ad una “cultura contadina del saper fare” che, troppo spesso, oggi, viene dimenticata e, alle volte, “snobata”.
In seguito si parlerà in maniera più tecnica solo di costruzione. Promesso…

 

La passione per le canne da pesca in bambù mi è stata trasmessa, stranamente, da un mio parente che non conosceva niente della pesca, ne è mai andato a pescare, tanto meno a mosca.
Nel mese di giugno lo vedevo arrivare al podere con il suo abituale mezzo di trasporto: una Ape Piaggio. “Nipote, sono venuto a taglià dù bacconi per fa’canestri”. A queste parole capivo che lo zio Antonio sarebbe andato nel bosco per cercare i giovani polloni di castagno, umidi della linfa primaverile, che poi, fatti riscaldare al fuoco del camino, avrebbe spaccato in sottili listelli che sarebbero andati a costituire l’intelaiatura di uno dei sui famosi canestri. Mio zio costruiva, infatti, nei ritagli di tempo ed alla sera, dopo il lavoro, dei canestri magnifici. Li costruiva come pratici contenitori per il trasporto di frutta, per l’uva, per generi alimentari in genere, oppure anche come porta-attrezzi da lavoro. Si era realizzato anche uno splendido panierino dove metteva il pranzo da portare a lavoro. Nel vederlo, ho sempre sognato di realizzarne uno simile ad un cestino da pesca ma, ad oggi, ancora non ci sono riuscito.
La tecnica che utilizzava per costruire canestri gli era stata tramandata dal padre (mio nonno) ed a questi dal nonno (mio bisnonno). Presumo che la tradizione si perdesse nei secoli di storia contadina della famiglia e che si sia tramandata oralmente un po’ per necessità ed un pò perché la sera non c’era la televisione e, mentre le donne filavano, gli uomini fabbricavano ciò che gli necessitava per il lavoro contadino quotidiano (altro che “isola dei famosi”). Visitando un qualsiasi museo della civiltà contadina (molto bello quello di Seravezza, al Palazzo Mediceo), sono rimasto spesso stupito delle capacità manuali di un tempo, quando non c’erano attrezzi elettrici e tutto doveva essere fatto con poco più di un coltello e spesso alla fioca luce di lampade ad olio. L’arte dell’intreccio, ovviamente, non era appannaggio solo della mia famiglia, ci mancherebbe. Tutte le famiglie contadine erano solite costruire cesti, canestri, corbelli, fiaschi impagliati, vesti per le damigiane e quant’altro servisse. In tutta la Toscana l’arte dell’intreccio era, ed in parte è ancora, ben radicata e diffusa: in Garfagnana si utilizza sempre il castagno, mentre da altre parti si usano altri legnami, oppure il giunco o il salice (o “torchio”) o anche semplici fili di paglia, come nell’intreccio dei cappelli.
A questo punto mi potreste dire “ma che ci azzeccano i canestri con le canne da pesca in bambù?”. Ebbene, ci azzeccano eccome. La particolarità dei canestri costruiti a Solaio da mio zio, infatti, stava proprio nel materiale utilizzato. Il castagno veniva utilizzato solo per realizzare l’intelaiatura (diciamo, con termine tessile, l’ordito) mentre il resto (la trama) veniva realizzato con lunghe e sottili striscioline di canna di bambù (detta in vernacolo “canna d’india”). Di canne d’India era piena tutta la vallata di Solaio, ed ancora oggi c’è una specie di fenomeno di ipertrofia, che vede i canneti colonizzare le zone limitrofe abbandonate, quasi in maniera selvaggia ed incontrollata e raggiungendo dimensioni del fusto di tutto rispetto (anche 10-12 centimetri di diametro). Basta passare per la via di fondovalle per rendersi conto di quanto, sopratutto un tempo, questa pianta fosse diffusa e basta vedere le vigne e gli orti per rendersi conto di quanto fosse importante per l’economia rurale. Sostegni per le viti e per gli ortaggi, steccati e finanche pergole sono ancora oggi realizzati con la canna d’India.
Il canestro era, quindi, un misto di materiali facilmente reperibili sul luogo, lavorati ad arte e nel periodo dell’anno più adatto ed uniti assieme con la tecnica millenaria dell’intreccio. Quello che ne veniva fuori era una struttura resistente e (anche se molto rustica) bella. Mio zio faceva a gara con i suoi fratelli nel realizzare l’opera più bella. Ognuno era poi specializzato nella realizzazione di uno specifico manufatto: uno era bravissimo a fare cesti, l’altro a fare le “stie”, ed ancora un altro ad impagliare i fiaschi. Ma tutti conoscevano alla perfezione la tecnica dello spacco del castagno e del bambù e le modalità con cui rastremare le strisce di bambù, utilizzando un affilatissimo coltello da calzolaio, quelli che un tempo erano usati per fare gli zoccoli di legno. Nello spaccare e rastremare il bambù, poi, si teneva conto che la parte più resistente era quella esterna e mai la si lavorava, per non intaccare quelle che oggi i “rodmaker” chiamano “power fiber”. Tutti all’epoca conoscevano il periodo migliore per il taglio, il tipo di intreccio più adatto per l’uso cui doveva servire il manufatto, il modo di scaldare al fuoco il legno da lavorare e via così, a formare un bagaglio di nozioni altamente specializzate di cui il conoscitore, spesso, non si rendeva conto del valore, vista la normalità quotidiana della cosa.
Quando ho iniziato a pescare, vista l’abbondanza di canne di bambù, è stato normale il realizzarmi da solo la mia prima canna da pesca. Ho realizzato anche (lo confesso) delle canne per la pesca a mazzacchera e per la pesca dei ranocchi nei fossi del lago di Porta (quando ancora c’erano).
Quando poi mi sono avvicinato alla pesca a mosca, mi sono subito appassionato alla costruzione delle canne da pesca in bambù esagonali. Sfogliando una vecchia rivista di pesca a mosca trovai poi un articolo scritto da Cosimo Raia, il quale parlava della costruzione delle canne da pesca in bambù esagonale e da li partì il contagiato. Unite le conoscenze contadine con la passione della pesca a mosca, decisi che avrei realizzato una canna da mosca in bambù esagonale. E perché avrei dovuto andare a comperare, spendendo un sacco di soldi, il bambù del Tonchino, quando avevo una marea di bambù pronto per essere tagliato, spaccato e maltrattato, in attesa magari di aver acquisito la capacità necessaria ad usare una materia più nobile e costosa?
Fu così che andai a tagliare una decina di stanghe di bambù in un canneto storico di Solaio, che oggi non c’è più. Decenni di inutilizzo, avevano fatto si che tra le canne di piccole dimensioni, ve ne fossero alcune di diametro veramente notevole. Ne scelsi una ventina poi, a spalla, le portai fin sotto una tettoia, nel mezzo della vigna, e li le riposi, al riparo dalla pioggia, ma a diretto contatto con la luce del sole. E li sono rimaste per quattro anni, anni nel corso dei quali mi sono procurato libri, pialle, strumenti vari e nei quali ho contattato altri costruttori di canne in bambù, per cercare di capire e carpire il più possibile. Poi, un giorno, sono andato a riprendere le canne. Le ho controllate, ne ho scartata qualcuna perché si era sciupata nel tempo, ne ho scelte altre che si erano ben stagionate. A casa, nel mio laboratorio più o meno improvvisato, ho iniziato l’avventura che è poi proseguita, a fasi alterne, fino ad oggi. Avventura affascinante e stimolante, che mi vede, oggi più di ieri, in splendida, numerosa e qualificata compagnia.
Però sono rimasto al bambù di Solaio, per pigrizia, per motivi economici, per affezione a quella che reputo quasi una lunga tradizione di famiglia, anche se, nel passaggio dal bambù per i cesti a quello per le canne da pesca, la tradizione è stata molto rielaborata. Forse sono rimasto al bambù di Solaio perché, in fondo, quei pochi fusti esagonali che ho realizzato e che sono divenute le canne con cui pesco ancora oggi, paragonate a quelle realizzate in Tonkino, non sono poi così diverse sia per funzionalità che per estetica. In fondo, sono cose che ho costruito io e che, quindi, mi piacciono anche di più. Come si dice: “ogni scarrafone è bello a mamma sua” e l’appagamento del desiderio autarchico che spesso ci spinge a voler realizzare tutto da soli, non ha prezzo e non risente di nessuna critica.
Pietrasanta, 24 ottobre 2007

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Massimo Berti