Gli Articoli Dedicati al Bambù
Le Foto del Tubo per la Verniciatura




In seguito si parlerà in maniera più tecnica solo di costruzione. Promesso…
La passione per le canne da pesca in bambù mi è stata trasmessa, stranamente,
da un mio parente che non conosceva niente della pesca, ne è mai andato
a pescare, tanto meno a mosca.
Nel mese di giugno lo vedevo arrivare al podere con il suo abituale mezzo
di trasporto: una Ape Piaggio. “Nipote, sono venuto a taglià dù bacconi
per fa’canestri”. A queste parole capivo che lo zio Antonio sarebbe andato
nel bosco per cercare i giovani polloni di castagno, umidi della linfa primaverile,
che poi, fatti riscaldare al fuoco del camino, avrebbe spaccato in sottili
listelli che sarebbero andati a costituire l’intelaiatura di uno dei sui
famosi canestri. Mio zio costruiva, infatti, nei ritagli di tempo ed alla
sera, dopo il lavoro, dei canestri magnifici. Li costruiva come pratici
contenitori per il trasporto di frutta, per l’uva, per generi alimentari
in genere, oppure anche come porta-attrezzi da lavoro. Si era realizzato
anche uno splendido panierino dove metteva il pranzo da portare a lavoro.
Nel vederlo, ho sempre sognato di realizzarne uno simile ad un cestino da
pesca ma, ad oggi, ancora non ci sono riuscito.
La tecnica che utilizzava per costruire canestri gli era stata tramandata
dal padre (mio nonno) ed a questi dal nonno (mio bisnonno). Presumo che
la tradizione si perdesse nei secoli di storia contadina della famiglia
e che si sia tramandata oralmente un po’ per necessità ed un pò perché la
sera non c’era la televisione e, mentre le donne filavano, gli uomini fabbricavano
ciò che gli necessitava per il lavoro contadino quotidiano (altro che “isola
dei famosi”). Visitando un qualsiasi museo della civiltà contadina (molto
bello quello di Seravezza, al Palazzo Mediceo), sono rimasto spesso stupito
delle capacità manuali di un tempo, quando non c’erano attrezzi elettrici
e tutto doveva essere fatto con poco più di un coltello e spesso alla fioca
luce di lampade ad olio. L’arte dell’intreccio, ovviamente, non era appannaggio
solo della mia famiglia, ci mancherebbe. Tutte le famiglie contadine erano
solite costruire cesti, canestri, corbelli, fiaschi impagliati, vesti per
le damigiane e quant’altro servisse. In tutta la Toscana l’arte dell’intreccio
era, ed in parte è ancora, ben radicata e diffusa: in Garfagnana si utilizza
sempre il castagno, mentre da altre parti si usano altri legnami, oppure
il giunco o il salice (o “torchio”) o anche semplici fili di paglia, come
nell’intreccio dei cappelli.
A questo punto mi potreste dire “ma che ci azzeccano i canestri con le canne
da pesca in bambù?”. Ebbene, ci azzeccano eccome. La particolarità dei canestri
costruiti a Solaio da mio zio, infatti, stava proprio nel materiale utilizzato.
Il castagno veniva utilizzato solo per realizzare l’intelaiatura (diciamo,
con termine tessile, l’ordito) mentre il resto (la trama) veniva realizzato
con lunghe e sottili striscioline di canna di bambù (detta in vernacolo
“canna d’india”). Di canne d’India era piena tutta la vallata di Solaio,
ed ancora oggi c’è una specie di fenomeno di ipertrofia, che vede i canneti
colonizzare le zone limitrofe abbandonate, quasi in maniera selvaggia ed
incontrollata e raggiungendo dimensioni del fusto di tutto rispetto (anche
10-12 centimetri di diametro). Basta passare per la via di fondovalle per
rendersi conto di quanto, sopratutto un tempo, questa pianta fosse diffusa
e basta vedere le vigne e gli orti per rendersi conto di quanto fosse importante
per l’economia rurale. Sostegni per le viti e per gli ortaggi, steccati
e finanche pergole sono ancora oggi realizzati con la canna d’India.
Il canestro era, quindi, un misto di materiali facilmente reperibili sul
luogo, lavorati ad arte e nel periodo dell’anno più adatto ed uniti assieme
con la tecnica millenaria dell’intreccio. Quello che ne veniva fuori era
una struttura resistente e (anche se molto rustica) bella. Mio zio faceva
a gara con i suoi fratelli nel realizzare l’opera più bella. Ognuno era
poi specializzato nella realizzazione di uno specifico manufatto: uno era
bravissimo a fare cesti, l’altro a fare le “stie”, ed ancora un altro ad
impagliare i fiaschi. Ma tutti conoscevano alla perfezione la tecnica dello
spacco del castagno e del bambù e le modalità con cui rastremare le strisce
di bambù, utilizzando un affilatissimo coltello da calzolaio, quelli che
un tempo erano usati per fare gli zoccoli di legno. Nello spaccare e rastremare
il bambù, poi, si teneva conto che la parte più resistente era quella esterna
e mai la si lavorava, per non intaccare quelle che oggi i “rodmaker” chiamano
“power fiber”. Tutti all’epoca conoscevano il periodo migliore per il taglio,
il tipo di intreccio più adatto per l’uso cui doveva servire il manufatto,
il modo di scaldare al fuoco il legno da lavorare e via così, a formare
un bagaglio di nozioni altamente specializzate di cui il conoscitore, spesso,
non si rendeva conto del valore, vista la normalità quotidiana della cosa.
Quando ho iniziato a pescare, vista l’abbondanza di canne di bambù, è stato
normale il realizzarmi da solo la mia prima canna da pesca. Ho realizzato
anche (lo confesso) delle canne per la pesca a mazzacchera e per la pesca
dei ranocchi nei fossi del lago di Porta (quando ancora c’erano).
Quando poi mi sono avvicinato alla pesca a mosca, mi sono subito appassionato
alla costruzione delle canne da pesca in bambù esagonali. Sfogliando una
vecchia rivista di pesca a mosca trovai poi un articolo scritto da Cosimo
Raia, il quale parlava della costruzione delle canne da pesca in bambù esagonale
e da li partì il contagiato. Unite le conoscenze contadine con la passione
della pesca a mosca, decisi che avrei realizzato una canna da mosca in bambù
esagonale. E perché avrei dovuto andare a comperare, spendendo un sacco
di soldi, il bambù del Tonchino, quando avevo una marea di bambù pronto
per essere tagliato, spaccato e maltrattato, in attesa magari di aver acquisito
la capacità necessaria ad usare una materia più nobile e costosa?
Fu così che andai a tagliare una decina di stanghe di bambù in un canneto
storico di Solaio, che oggi non c’è più. Decenni di inutilizzo, avevano
fatto si che tra le canne di piccole dimensioni, ve ne fossero alcune di
diametro veramente notevole. Ne scelsi una ventina poi, a spalla, le portai
fin sotto una tettoia, nel mezzo della vigna, e li le riposi, al riparo
dalla pioggia, ma a diretto contatto con la luce del sole. E li sono rimaste
per quattro anni, anni nel corso dei quali mi sono procurato libri, pialle,
strumenti vari e nei quali ho contattato altri costruttori di canne in bambù,
per cercare di capire e carpire il più possibile. Poi, un giorno, sono andato
a riprendere le canne. Le ho controllate, ne ho scartata qualcuna perché
si era sciupata nel tempo, ne ho scelte altre che si erano ben stagionate.
A casa, nel mio laboratorio più o meno improvvisato, ho iniziato l’avventura
che è poi proseguita, a fasi alterne, fino ad oggi. Avventura affascinante
e stimolante, che mi vede, oggi più di ieri, in splendida, numerosa e qualificata
compagnia.
Però sono rimasto al bambù di Solaio, per pigrizia, per motivi economici,
per affezione a quella che reputo quasi una lunga tradizione di famiglia,
anche se, nel passaggio dal bambù per i cesti a quello per le canne da pesca,
la tradizione è stata molto rielaborata. Forse sono rimasto al bambù di
Solaio perché, in fondo, quei pochi fusti esagonali che ho realizzato e
che sono divenute le canne con cui pesco ancora oggi, paragonate a quelle
realizzate in Tonkino, non sono poi così diverse sia per funzionalità che
per estetica. In fondo, sono cose che ho costruito io e che, quindi, mi
piacciono anche di più. Come si dice: “ogni scarrafone è bello a mamma sua”
e l’appagamento del desiderio autarchico che spesso ci spinge a voler realizzare
tutto da soli, non ha prezzo e non risente di nessuna critica.
Pietrasanta, 24 ottobre 2007
Massimo Berti