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DI QUANTO SOLAIO, IN LAPPONIA, SCOPRI’ CHE ANCHE PESCANDO CON LA NINFA SI POSSONO PRENDERE I PESCI

Sei giorni di pesca, ma mi mancava la cattura di un grosso temolo. Per grosso temolo intendo uno di almeno 50 centimetri, di quelli che quando lo ferri inizia a farti tribolare con piroette e gorghi nell’acqua e con continue filate, innalzando la sua pinna come farebbe un pesce vela. Fino ad allora avevo preso tanti pesci, temoli trote e qualche luccio, ma mancava il temolo da foto. Che fare? Avevo trovato i fiumi della Lapponia svedese, nei quali avevo pescato, poco proficui con la pesca a secca. Le loro acque erano impetuose, profonde, scure e, soprattutto, il pesce bollava raramente e solo in certi momenti della giornata che, vista la luce perenne, non era stato facile indovinare. Anche se, pur pescando a secca, qualche bel temolo era salito sui miei mosconi in pelo di cervo, mi mancava una bella pescata di temoloni artici, di quelle che mi ero sognato prima di partire. E allora che fare? Continuare a secca, sperando nel colpaccio casuale o adottare una strategia differente?
Il buon Aldo, la prima sera del soggiorno presso il suo Lodge, ci disse che nel Vindel, appena sopra Sorsele, al momento, si erano concentrati temoli di grosse dimensioni. Come si dice dalle mie parti, “hai detto scansiti!”: avesse detto il Versilia o il Pannosa, sarebbe stata una cosa semplice, ma il Vindel è un fiumone che alterna enormi laghi a rapide impetuose con fondali di svariati metri. Anche se ci fosse stata una schiusa, i temoli dal fondo non si sarebbero schiodati facilmente, se non per miracolo. “Bisogna pescarli a ninfa”, disse qualcuno. La ninfa, magari super piombata, alla polacca. La pesca a ninfa ha sempre rappresentato per me un grosso scoglio ed un vero mistero. La frequentazione di un club eticamente orientato all’assoluto rispetto del pesce, mi aveva fatto sempre ritenere la ninfa e la pesca a mosca sommersa come discipline minori, non degne del vero pescatore a mosca. Nonostante ciò, mi sono sforzato, spesso, di pescarci, ma poi, dopo qualche decina di minuti, mi sono sempre stufato non vedendo risultati, preferendo magari vedere dei pascetti lunghi un dito saltare sulla mia secca piuttosto che aspettare il colpaccio con il mostro che se ne sta nel fondo della corrente a mangiare larve di tipula, ninfe di effimere, portasassi o plecotteroni per tutto il giorno. Da ultimo avevo assistito poi alla dilagante moda della ninfa polacca, vale a dire della pesca con ninfoni su ami enormi e molto piombati, da far lavorare sotto al vettino di una lunga canna da 10-11 piedi nelle correnti più profonde del fiume. La cosa mi ricordava troppo le gare di pesca e, visto che il club era contrario alle gare di pesca, mi pareva cosa non buona. Qualche anno fa, sull’Idriza in Slovenia, rimasi per quasi un’ora a vedere l’azione di pesca di quattro polacchi che pescavano così: canna lunga, finale cortissimo, lancio a monte, passata con il filo sempre in tensione, derivazione fin sotto i loro piedi, un passo verso valle e di nuovo lancio a monte. Sistematicamente, perlustravano tutto il fondo del fiume con quei popò di ninfoni, quasi ad usarle come vere e proprie sonde cerca-pesce che non come imitazioni di insetti. Il sistema però era fruttuoso: il pesce abboccava e spuntavano fuori dai sassi trote e temoli decisamente superiori a quelli che io, nello stesso posto, avevo preso a secca il giorno prima. “Al pesce grosso ci piace la ninfa”, pensai. E se avessi voluto il pesce grosso, avrei dovuto convertirmi alla ninfa. La cosa mi aveva sempre incuriosito, ma dove avrei messo l’etica? Questo concetto è cosa seria e associato alla pesca mi ha fatto sempre sorridere, ma non so perché tutte le volte ritorna (quasi sempre a sproposito) nelle discussioni che hanno ad oggetto la cattura dei pesci. Una delle più diffuse dispute è proprio quella inerente alla legittimità dell’insidiare un pesce andandolo a cercare nel suo elemento, piuttosto che catturarlo facendolo volontariamente salire fino al nostro. Discussione effimera e sterile, ma fonte di ispirazione per centinaia di libri, diatribe animate e quasi violente nonché normative diverse per diversi tratti di fiume. La verità (almeno per me) è che ho sempre avvertito il non saper pescare a ninfa come un limite e non come una cosa di cui vantarsi. Il rispetto del pesce e dell’ambiente prescinde dalla tecnica di cattura, purché essa sia lecita. Tralasciando quindi l’eticità o meno del sistema di pesca, veniamo a decidere come sia possibile insidiare con qualche probabilità di successo i temoloni del Vindel.
Il primo giorno di pesca nella Lapponia svedese, alcuni dei miei compagni di viaggio erano andati proprio li, sul Vindel, dove regna il temolo gigante. Io, con altri tre, avevo optato per un fiume più piccolo e più adatto alla secca, lo Yucton, e mi era divertito. La sera, a cena, confrontammo i risultati. Avevo pescato praticamente tutta la mattina e tutto il pomeriggio, catturando diversi temoli sui 35-40, i più su bollata e qualche altro in caccia. Non avevo visto picchi di attività, in quanto il pesce era stato apatico in superficie per tutto il giorno. Alla fine, il bilancio era positivo, anche se i pesci non erano stati enormi. E così era stato anche per gli altri mie compagni di pesca, che avevano pescato con me lo stesso fiume. Chi era andato sul Vindel, invece, aveva avuto risultati molto diversi. Su cinque pescatori, quattro avevano pescato a secca, ottenendo scarsissimi risultati, con catture limitate a due o tre pesci nell’arco di un’intera giornata di pesca, catturati su bollata e, quindi, su evento sporadico ed episodico per la tipologia di fiume. L’unico che aveva fatto un buon numero di catture era stato Massimiliano, il quale aveva pescato tutto il giorno a ninfa, con la tecnica polacca. Dalle foto, si vedeva subito che i pesci catturati da Massimiliano non avevano nulla a che vedere con quelli che avevo catturato io a secca: erano tutti temoloni con gli occhi a bove dai 45 in su: pesci veramente belli. Ma pescati a ninfa … ma comunque catturati … ma però catturati con una tecnica poco fine … ma però efficace … Troppi ma e però! Nell’incertezza, l’indomani avrei esplorato un altro fiume, la Mole, dove era possibile vedere il pesce bollare. Partimmo alla mattina subito dopo colazione e grazie alle precise indicazioni di Aldo, trovammo la strada sterrata che ci avrebbe condotti nelle vicinanze del fiume. Poi una sosta per una grigliata a base di salsicce e birra (giusto per fermare lo stomaco) e poi un breve cammino nella foresta fino alle rive del fiume: bellissimo! Un ambiente unico e meraviglioso, ma bollate … poche e rade. Pesco a secca tutta la mattina, con qualche risultato in caccia. Dopo una sosta per un panino, riprendo la pesca a secca. Stessa storia: il pescione se ne sta incollato al fondo. Alla sera, a cena, l’altro gruppo, che è andato a lucci, si è divertito e narra episodi memorabili. Per il luccio il problema del sopra o sotto non si presenta o, meglio, nessuno se lo è mai posto. Chissà perché, invece, si è presentato per trote e temoli e non per lucci, bass o altri pesci che vengono regolarmente insidiati con ogni tipo di ordigno.
La mattina dopo provo un altro fiume, il Gertback o qualcosa di simile. Qui, visti i correntoni che ci sono, mi rendo subito conto che con la secca avrei combinato poco. Inizio comunque a pescarci, con poche soddisfazioni. Poi, giunto oramai quasi alla fine della giornata, mi decido a saltare il fosso: tolgo la coda quattro e metto su la sei, accorcio il finale, monto una ninfa piombata di quelle che mi ha dato Massimiliano. Provo a sondare le correnti laterali di una buca, senza esito. Provo a lanciare a monte, facendo derivare a valle, con la coda tesa. Poi provo ad allungare il lancio, lasciando che la corrente porti via un po’ di coda, quasi stessi pescando a derivare in superficie. Ancora nulla. Passo così circa un’ora, senza vedere coda. Sono però cosciente del fatto che non devo mollare: so che il pesce c’è e che, se lo insidio nel modo giusto, collaborerà e si farà prendere. Arrivo ad una bella correntina, profonda e stretta. Mi pare un posto ideale per la ninfa, in quanto dalla posizione in cui sono posso lanciare e controllare bene la coda e tutto l’ordigno. Lancio, lascio scendere e … trrrrrr!!!!! La canna inizia a tremare e comincio ad avvertire degli strattoni in fondo alla lenza: una breve lotta e salpo una trotella di venti centimetri. “Ci siamo”, penso, “se ne ho presa una, posso prenderle tutte!”. Riprovo nello stesso modo di prima: lancio a monte, dove l’acqua casca nell’inizio della buca formando un rigiro di corrente, e poi lascio derivare, mentre l’esca scende velocemente sul fondo. Una breve passata e poi vedo che la coda si ferma. Provo a tirare, ma non viene: devo aver incagliato il fondo. Provo a tirare più forte e … il fondo si muove! “Ma che diavolo … avrò preso un tronco …”. Ma che tronco e tronco! Da li a poco mi accorgo di avere un temolone che tira come un matto dall’altra parte della lenza, uno di quei temoloni che andavo cercando. “Ti ho fregato finalmente!”. E così è. Dopo una bella lotta, in cui il pesce non si risparmia tirate e puntate in corrente viva, avvicino ai miei piedi un bel temolo vicino ai cinquanta e, senza tirarlo fuori dall’acqua e senza toccarlo, con le lunghe pinze per slamare, stringo la ninfa piombata e, con una rapida torsione del polso, lo libero dall’uncino pungente. Il pesce rimane vicino ai miei piedi, un po’ stordito, poi guizza via nel suo correntone. Ne catturo altri 6 nello stesso modo, nella stessa corrente: “alla faccia del bicarbonato di sodio!”, come diceva Totò. Una mediocre giornata di pesca è divenuta, di colpo, magnifica! Sono contento per aver avuto la plasticità mentale di adattarmi al fiume ed al modo di comportarsi del pesce in questo fiume. Se non lo avessi fatto, avrei continuato a pretendere che fossero i pesci ed il fiume ad adattarsi a me ed alla mia tecnica di pesca, cosa in verità molto presuntuosa. La pesca a ninfa comincia a piacermi: noiosa nei tempi morti, diviene gratificante quando si avverte che il pesce apprezza l’imitazione offertagli, per poi essere decisamente esaltante quando si cattura un bel pesce che, altrimenti, sarebbe stato quasi impossibile ferrare.
Il giorno dopo, con Andrea, visitiamo un Loppis, ovvero un mercatino di cose usate. I gestori, viste le mie richieste insistenti di vecchi articoli da pesca a mosca (che non avevano, essendo merce che va a ruba subito) mi tirano fuori da uno sgabuzzino un paio di aggeggi curiosi. Uno è una specie di slitta che mi dicono venisse usata per pescare sotto il ghiaccio e per farvi avanzare una rete o un filo con degli ami; l’altro è una specie di lampara, vale a dire un braciere che veniva installato sulla prua della barca e riempito di aghi di pino resinosi che, accesi, facevano luce attirando il pesce. Con l’uno andavano a cercare il pesce nel suo elemento; con l’altro lo attiravano verso la superficie, per poi (presumo) arpionarlo come si fa con il pesce spada. Sopra e sotto. Ma in questo caso l’etica non trova spazio: al tempo in cui le mani ruvide dei pescatori del nord realizzarono questi attrezzi, la pesca non era di certo un hobby, ma una fonte di sussistenza ed il non prendere un pesce non comportava l’essere scherniti dai soci del club, ma voleva dire non avere niente da mangiare. Mi vengono in mente le prime pagine de “Il vecchio ed il mare”, dove Santiago pensa alla sua sfortuna ed al fatto di non catturare pesci oramai da settimane.
Lasciato il Loppis, Andrea ed io andiamo a pescare, per poco più di un’ora, sul Gargan, del quale quindi posso dire ben poco, solo che è immerso in un contesto paesaggistico meraviglioso, come lo è il fiume stesso del resto. La giornata privilegia il riposo, perché alla sera partiremo per raggiungere camp Gauto e da li, in idrovolante, il fiume Viejestromme. E così è: in auto raggiungiamo il campeggio e da li, un signore che mi ricorda Grunf del Gruppo T.n.t. (“Chi vola vale chi non vola è un vile” – ricordate?), con fare molto spiccio, ci imbarca su un idrovolante rosso e ci porta fino nel bel mezzo dell’enorme lago che funge da aereoporto. Da qui, messi i motori al massimo, spicchiamo il volo verso la nostra destinazione, un lago generato dal fiume, dal quale discenderemo tutto il corso del fiume stesso fino a tornare a Camp Gauto. Arrivati a destinazione e dopo aver acceso il fuoco e la stufa nella capanna (nelle ore notturne la temperatura scende a 4 gradi), dormiamo un paio di ore sulle sponde del lago. Alle cinque circa siamo pronti per partire e, raccolte le nostre cose, iniziamo la discesa. Il fiume si pesca benissimo a secca: non ho neanche il dilemma se usare o meno la ninfa, e non mi pentirò in seguito. Trote, trotelle, trottoti e trotoni salgono franche sulle mie mosche e più grosse metto le mosche, più le trote salgono volentieri. Le dodici ore di cammino passano fin troppo velocemente, nonostante la fatica e gli acquazzoni che di tanto in tanto ci inzuppano.
Alla sera, si torna verso il lodge, dove dovrò analizzare bene la situazione, in quanto ho a disposizione ancora un solo giorno di pesca. Devo scegliere se farmi una pescata tranquilla in uno dei fiumi che ho già pescato o andare in uno nuovo. La sera, ognuno espone la sua necessità: c’è chi vuole prendere il luccio della sua vita, chi preferisce la tranquilla pescata al temolo che bolla, chi vuole solo starsene comodamente al lodge, aspettando l’ora della partenza per il ritorno in Italia.
L’unico che mi pare sia un po’ indeciso, come me, è Massimiliano. Ha l’espressione assorta, di quelle che si hanno quando si ha un conto in sospeso e si cerca il modo di saldarlo.
Ceniamo e si va a letto. La notte non ho tempo di pensare e mi addormento come un sasso, nonostante le lamentele dei miei compagni di stanza che sostengono che io russi.
Al mattino, vado a fare colazione un po’ più tardi del solito. A tavola sono solo: gli altri si sono già smistati verso trote e lucci, in posti dove avevano già pescato durante la settimana. Rimango un po’ seduto, a sorseggiare il caffè, pensando di starmene li ad aspettare il ritorno dei miei compagni di vacanza, mentre preparo le valige. Poi, nella stanza, spunta Massimiliano: “io torno sul Vindel” dice con tono che non ammette repliche, “ho un conto in sospeso con quei temolacci”. “Vengo con te”, rispondo. In cinque minuti siamo pronti e partiamo per Sorsele. La canna da nove piedi (la più lunga che ho portato) è nel bagagliaio; la scatola con le ninfe che mi ha dato Massimiliano è nella tasca sinistra del gilet, in posizione di pesca. Non ho neanche il dubbio se portare o meno con me la 7’ 6’’ da secca. Parcheggiamo la macchina lungo la strada e, dopo aver indossato gli waders, ci incamminiamo nel bosco. “Il fiume è un po’ distante”, dice Massimiliano. E in effetti è solo dopo un buon quarto d’ora di cammino che inizio a sentire il suo rumore. Ma non è un tranquillo sciacquettio, è piuttosto un rombo sordo, profondo. Più camminiamo avvicinandoci al fiume e più il rombo aumenta. Quando inizio ad intravedere l’acqua, il rombo è forte e costante: sono le rapide. Rapide vere, di quelle che si vedono discendere in canoa nei film dei pionieri americani, con onde di almeno un metro e acqua in velocità pazzesca. “E come ci si pesca lì nel mezzo?” esordisco io. “A ninfa, ovviamente”, risponde Massimiliano. Va bene. Come ho già detto, nella pesca bisogna adattarsi alla natura, e non adattare la natura a noi. Il problema è che in questa situazione non saprei come adattarmi a quella corrente che porta via subito tutto quello che ci si tira dentro. Percorriamo un po’ il fiume alla ricerca di un punto adatto per pescare. Ne individuiamo uno, una corrente laterale alle rapide che pare essere più lenta ed uniforme. Con molta cautela e con l’uso del bastone, ci inoltriamo nell’acqua, facendo attenzione alle buche fra i massi: una scivolata qui e ci ritrovano nel Mar Baltico! Mi posiziono in sicurezza a circa venti metri da Massimiliano e lo osservo, per cercare di capire la sua tecnica di pesca. Lo vedo pescare con una dieci piedi, lanciando la coda poco a monte del punto in cui si trova. La ninfa scende velocemente in acqua, mettendo finale e coda subito in tensione. Noto che il suo finale è in parte colorato. Mi dirà poi che, per segnalatore, usa uno spezzone di filo di nylon di colore rosso e giallo, che lega prima del tip, in modo da sapere sempre a che profondità lavora la ninfa. La sua è un’azione di pesca molto contenuta ed elegante: lanci corti, controllo assoluto della ninfa, sondaggio sistematico delle acque davanti a se: mi ricorda i quattro polacchi sull’Idriza, anche se Massimiliano è molto più magro di loro. Provo ad imitarlo, usando la lenza così come l’ho preparata intuitivamente prima di entrare in acqua: coda del sei galleggiante ingrassata bene, finale di circa due metri senza segnalatore e ninfone piombato. Provo a fare qualche lancio, ma la corrente (che è fortissima) porta subito in trazione la coda, facendo venire a galla anche il ninfone. Non mi pare proprio che l’azione di pesca sia efficace. Riprovo ancora: stessa storia, la ninfa non sta in pesca. Vedo però che anche Massimiliano è in difficoltà, tanto che dopo poco mi fa cenno di risalire le rapide, per provare a pescare sopra, all’inizio del lago, in acque più tranquille. Così facciamo. Sempre con estrema cautela, ritorniamo vicino alla riva e da qui risaliamo il fiume fin sopra le rapide. La situazione qua è diversa. Anche se l’acqua corre molto, non ci sono onde ed il punto dove ci sistemiamo è simile ad un grande (- enorme -) fine buca. Ci inoltriamo per un bel po’ verso il centro del fiume, fino a raggiungere un punto che ci pare propizio per l’azione di pesca. Si riparte: Massimiliano con la sua tecnica fine e raccolta; io con la mia imitazione della sua tecnica, con lanci sbracati e dragaggi costanti. Dopo qualche passata a vuoto, provo ad allungare il lancio ed a far derivare la lenza verso il fine buca. La coda forma un semicerchio sull’acqua, mentre la ninfa corre verso il fondo. Quando intuisco che la ninfa potrebbe essere nei pressi dell’inizio della corrente successiva, alzo la canna ed inizio il recupero ma, ad un tratto, avverto un forte peso sulla lenza, amplificato dalla corrente. “Ho agganciato il fondo”, dico a Massimiliano, “ mi sa che tra poco dovrò richiederti altre ninfe…”. Anche in questo caso, però, il fondo inizia a muoversi e a dimenarsi, spingendosi verso il centro del correntone. “L’ho preso! E’ la bestia! Il temolo vitellato!”. In effetti, intuisco subito che il pesce è un gran bel pesce. Per capirlo basta il fatto che non salta fuori dall’acqua, ma si spinge sempre più sul fondo ed in corrente, dando delle testate lente a destra ed a sinistra. La mia canna nove piedi coda sei è tutta incurvata. Recupero la coda in bando ed inizio a lavorare il pesce usando direttamente il mulinello, cosa alquanto rara vista la mole dei pesci che di solito ferro. La frizione graccante del mio Marquis canta allegramente un motivetto che mi piace tanto: quello della cattura!
Giostro il pesce cercando di avvicinarlo a me, piano piano, per non forzare troppo il finale dello 0,14. Mi ricordo poi di avere attaccato alla cintura il guadino a scatto: per prenderlo devo prima stabilizzare la mia posizione e quella della canna, in modo che sia la canna a lavorare il pesce nel momento in cui dovrò aprire il guadino. Ho applicato a questa nove piedi un piccolo prolungamento del calciolo in sughero, per circa dieci centimetri. In questi casi mi è molto utile perché posso poggiarlo sulla parte del mio avambraccio più vicina al gomito, in modo da tenere ben salda la canna in verticale. Mentre la canna si flette ammortizzando le tirate del pesce, con la sinistra afferro il manico del guadino e lo estraggo dalla custodia in pelle, che tengo legata alla cintura degli wader. La molla che forma il cerchio della rete fa uno scatto e la rete si apre, pronta ad accogliere il pinnuto, il quale, ignaro del suo prossimo destino, è sempre li che si dibatte nel fondo della corrente avanti ai miei piedi. Con il guadino oramai pronto, decido di forzare il pesce in superficie per fargli prendere una boccata d’aria. Ho imparato la tecnica pescando i muggini sulla Magra: una volta allamato il pesce, si doveva cercare al più presto di fargli prendere aria, per fargli perdere le forze. E’ comunque un momento delicato, in quanto il pesce esce per la prima volta dal suo elemento e forse capisce che le cose non gli stanno andando poi così bene. Però, presa la prima boccata d’aria, di solito, diviene molto più mansueto. I temoli hanno meno resistenza dei cefali e così, una volta forzato in superficie, il pesce fa un ultimo disperato guizzo per poi lasciarsi avvicinare alla bocca del guadino: è preso! Lo alzo fuori dall’acqua per farlo vedere a Massimiliano, che ha già pronta la macchina fotografica: un bel temolone over cinquanta va fotografato. Poi, dopo la foto, lo slamo e lo rimetto in acqua: si è meritato la libertà.
Da li a poco anche Massimiliano ha in canna un bel temolo, forse più grosso del mio. Lo salpa, lo fotografa e lo rilascia. Peschiamo praticamente a cinque metri l’uno dall’altro e cominciamo ad incocciare pesci uno dietro l’altro, e così per almeno un’ora. Andiamo avanti fino a quando rallentano le abboccate. Forse il trambusto fatto è stato tale che il pesce si è allarmato. Decido allora di spostarmi più in giù. Ma le correnti, più a valle, sono molto più rapide e difficili da pescare. Nel camminare lungo la riva, osservando le rapide, mi viene in mente che per pescare efficacemente sul fondo di quelle correnti dovrei avere una coda affondante … e solo allora mi ricordo di averne una nello zaino! Una coda per la pesca dei tarpon, ad affondamento lento … del 9! L’avevo portata via perché è la stessa con cui vado a pescare in mare le spigole ed è molto comoda anche per la pesca del luccio.
Mi fermo sulla riva del fiume per smontare il Marquis e per montare la coda da tarpon. Monto il mulinello, ben più grande dell’altro, passo la coda tra gli anelli, modifico leggermente il finale, mettendo il tip dello 0.20, poi lego la ninfa più grossa che ho. Il problema successivo è quello di pescare in sicurezza, senza espormi al rischio di cadute in acqua o di scivolamenti. Vedo un bel masso alto, al bordo delle rapide e mi pare che sia facilmente raggiungibile. Con estrema cautela, arrivo al masso e ci monto sulla sommità: mi pare di essere Brad Pitt nel film in “In mezzo scorre il fiume”, nella famosa scena del lancio nel buio.
Ora devo tirare la ninfa nel bel mezzo della rapida. Estraggo un po’ di coda ed inizio i falsi lanci: la mia cannina regge assai bene anche la coda 9, anche se si vede da come si incurva che non è proprio la sua compagna ideale. Uno, due, tre e getto tutto nel vivo delle rapide, che portano via subito la coda che, però, affonda velocemente. La coda corre verso valle facendo un semicerchio e più scende, più ne avverto il peso sulla canna. Arrivata quasi a fine corsa, inizia a dipanarsi ed a porsi parallelamente al senso della corrente. E’ da lì che inizio ad alzare la canna. Nella mia testa, questa mossa dovrebbe far alzare la ninfa dal fondo, dandogli una parvenza di vita, come se la ninfa, staccandosi dal fondo, volesse arrivare in superficie. La mossa funziona, il peso sulla canna aumenta e di li a poco mi accorgo di aver incannato un altro temolo che la corrente mi fa sembrare enorme, anche se in realtà non lo è. “Massi!!! L’ho preso!!!”. Vedo che Massimiliano, qualche centinaia di metri da me, si sbraccia in segno di approvazione. Lavoro il pesce e lo porto fin sotto il sasso, poi, sicuro della resitenza dello 0,20, afferro il finale e lo salpo al volo, slamandolo subito e rilasciandolo altrettanto velocemente. Vedo solo allora che nella corrente sotto i miei piedi si aggirano lentamente sagome scure ed enormi. Ne riconosco le forme: sono temoli, ma questi saranno temoli di almeno 60 centimetri! Il record del mondo mi pare che sia 62. Non ho intenzione di batterlo, però voglio tentare egualmente di catturarne uno. Lancio ancora a monte, calcolando che la ninfa, per arrivare sul fondo che stimo essere a tre metri dal pelo dell’acqua, dovrà percorrere almeno dieci metri nella corrente. Ma non riesco a mandarla sulla linea di mangianza dei temoli giganti: durante il tragitto, quando la ninfa giunge a mezz’acqua, viene intercettata da temoli più piccoli che come fulmini partono dal fondo per prenderla. Quelli grossi, manco la considerano. Catturo così diversi pesci, ma tutti “solo” da 50, che oramai, nel mio delirio timallico, sono divenuti piccoli. Questo genere di pesca è sinceramente singolare: non è fine, anzi, è molto pesante, non ho nel modo più assoluto il benché minimo controllo della ninfa e la stessa draga magnificamente in ogni momento dell’azione: è il contrario esatto della tecnica perfetta di Massimiliano! Però funziona … Mi sto comportando eticamente? Forse è meglio che la domanda me la ponga una volta sceso dal masso, magari mentre faccio ritorno all’auto. In verità, questa domanda non me la sono più posta, nè voglio più pormela: mi sono divertito, ho catturato e rilasciato i pesci con rispetto sia per loro che per il fiume, ed ho potuto sfruttare un posto di pesca che, altrimenti, non sarebbe stato per me altrettanto fruttuoso. Sono quindi pienamente soddisfatto ed appagato. Mi sono adattato al fiume ed il fiume mi è stato riconoscente. Ora posso andare via tranquillo dalla Svezia. Il rientro in Italia prende così un sapore diverso. Oltre alla bellezza dei luoghi, alla simpatia della compagnia ed alle belle giornate di pesca, c’è anche la consapevolezza di aver imparato qualche cosa di nuovo sulla pesca, sui pesci e (perché no) anche sulla mia capacità di adattamento. La pesca, in fondo, serve anche a questo. Oltre a far risparmiare i soldi di medicinali ed a togliere lavoro agli psicologi che curano lo stress (salvo far lavorare poi quelli che curano le manie…) è anche un’occasione per riflettere su di se e per scoprirsi diversi da quello che si pensava, magari migliori. Ora, avendo pescato con successo con la ninfa, mi sento un pescatore un po’ meno incompleto e limitato. Al ritorno a casa, la prima ricerca che faccio nella mia biblioteca di pesca è quella di un libro sulla pesca a ninfa. Ricordo di averlo comperato diversi anni fa, ma di non averlo ancora letto. Lo trovo, nel fondo di uno scatolone, impacchettato e pronto per il prossimo trasloco: si intitola “La pesca con la ninfa” e l’autore è Giuseppe Re”. Inutile dire che, nel giro di una sera, l’ho letto tutto. Ora devo solo andare a pescare e smetterla di fare della filosofia.
Pietrasanta, 15 luglio 2010
Scraper - Solaio